Cosa stai facendo? Cosa stai pensando? Cosa stai provando?
Sono queste le domande che giorno dopo giorno i social network ci rivolgono nello spazio bianco dove inserire il nostro status. Sono le domande che Ivan Olita ha ripreso per alimentare il suo progetto collettivo di arte pubblica, chiedendosi come i linguaggi dei social network stiano cambiando il nostro linguaggio e il nostro modo di mostrarci agli altri.

Nelle diverse fasi di realizzazione, il progetto IS, Identità Sociale, ha chiesto ai cittadini di Milano, con un tam tam crescente che ricorda da vicino i fenomeni della condivisione digitale, di farsi fotografare e di condividere uno status, appunto, un pensiero o un modo di stare al mondo, trasportando la vetrina personale che ciascuno di noi ha su Facebook o Twitter nel tessuto della città, sui cartelloni accanto alla pubblicità, sulle fiancate degli autobus, lungo le banchine della metropolitana.

“Con la nascita dello status update i 15 minuti di celebrità di Warhol sono diventati infiniti”, questo il concept di base del progetto, che cerca di fermare in una fotografia il flusso “vivente” dei cambiamenti di status nell’ambiente digitale. Se non infiniti, quei 15 minuti sono quantomeno rinnovabili ad ogni aggiornamento del profilo.

Cosa succede quando lo status update viene fotografato? Che il flusso e il divenire digitale si arrestano per cristallizzarsi in una sola foto, un solo status per ogni volto, un ritratto che parla però un linguaggio contemporaneo, rapido, “pubblicitario”. Il carattere di continuità sta qui nella potenziale crescita esponenziale dei partecipanti, proprio come accade in un social network. Il linguaggio del web 2.0, con i suoi contenuti prodotti dagli utenti, riempie così lo spazio vuoto messo a disposizione dall’arte.

Per saperne di più: www.identitasociale.com

Ok, ammetto che sto iniziando a perdere di credibilità. Ma stare a dieta non è mica così facile, che vi credete?

Poi il cambio di coinquis, la ricerca, l’arrivo, le nuove idee, i nuovi progetti, i nuovi ritmi… un sacco di energie, non potevo certo rimanere rigida (e poi si sa che il kebab e il mc aiutano tantissimo in questi casi, ma proprio sotto un profilo nutrizional-psicologico ù.ù)

Ma in ogni caso eccomi qui: pronta, equilibrata, convinta.
Nuova scheda in palestra, con allenamento diviso sui tre giorni (aerobica – gambe – braccia), ripresa della dieta (anche se il prox we prevede una piccola eccezione), e poi fra poco inizia la Quaresima: by bye chocolate!

Nonostante al lavoro non sia tutto perfetto, nonostante le levatacce, nonostante la stanchezza accumulata e la non-voglia… nonostante il bisogno di ferie dalla vita… so che ce la posso fare.

Riassunto:
obiettivo finale: – 13 kg
kg persi: 7

Ho passato il giro di boa.
Non posso mollare.

Mi hanno detto di tenere un “basso profilo”, di non chiedere, di non avere aspettative, di portar pazienza… Ma io non ce la faccio più.

Sabato sera ho visto dei miei ex colleghi: ero la battuta della serata. “(…) Pure lì ti trattano così, al di sotto del minimo sindacale?” e giù di sane risate di sfottimento.

La triste verità è questa: non mi so imporre, non riesco a difendere nemmeno i miei diritti. Odio chiedere perché penso che la meritocrazia prima o poi mi renderà tutto, e con gli interessi. Che illusa.

Non mi importa di guadagnare chissà quali cifre, non è certamente lo stipendio che fa di te ciò che sei e nemmeno ti indica il tuo valore: però così è una presa in giro alla quale partecipo di buon grado.
Come sabato sera, rido di me stessa e di questa mia incapacità.

Ma in realtà rido di buon cuore… Perché alla fine non m’importa davvero così tanto. Mi pongo il problema solo quando sollevato dagli altri: per il resto del tempo so che c’è qualcosa di molto più importante a cui pensare che il mero denaro.

E così ascolto Bocelli e la sua perfetta interpretazione di Adeste Fideles: tutto si placa, visualizzo il mio stupendo capodanno, la mia scelta, il mio essere… e sto bene con me stessa.

Con calma tutto si aggiusta. Faccio bene a crederci :-)

Oggi è così, mi sento 15enne.
Al posto di scrivere bigliettini da un banco all’altro chatto su gmail, al posto di disegnare il nome della persona in questione sulla smemo posto questa canzone:

Perché oggi va così, vorrei tanti colori glitter per dipingere la mia postazione per non pensare a tutti i problemi di questa fase di vita…

e poi ’sta canzone mi piace davvero, che farci? :-/

Ogni volta è un’esperienza nuova, diversa, sorprendente. Perché ogni volta che incontro una nuova persona sorda tutti gli schemi si infrangono, per inventarne di nuovi adatti ai due attori in scena, adatti a noi.

Ieri sera c’è stata un’altra uscita con i volontari della sede di Milano della Lega del Filo d’Oro e i ragazzi/signori sordi. Questa volta è stato spettacolare perché gli scenari entro i quali iniziavo a sentirmi a mio agio sono crollati in fretta: questa volta il tutto si doveva costruire attorno alla sordocecità. Nessun riferimento visuale, quindi.
Com’è andata? E’ stato semplicemente stupendo.

Ho superato il muro del contatto fisico, della prossemica come direbbero quelli fighi, entrando in una dimensione che permetteva di comunicare anche attraverso il calore delle mani, ai movimenti rassicuranti e gentili in netta contrapposizione ai miei incerti e tremanti. Seduti attorno ad una tavolata enorme a ferro di cavallo, si chiacchierava amabilmente da una parte all’altra fra tutti perché il limite del “Che dici? Non ti sento!” era rimasto fuori dai finestrini appannati dell’auto appena vi sono salita per raggiungere la pizzeria.

Ma poi c’erano anche loro, i sordociechi, e quindi con loro ci si doveva spostare.

Ho passato 3/4 della serata intimorita da quel nuovo tipo di comunicazione, la Lis tattile, ma allo stesso tempo la osservavo con infinita ammirazione: dovevo provarla anch’io.
Finita la pizza i posti così rigidi occupati da ognuno sono diventate delle gabbie libere e tutti ci siamo confusi con gli altri. E io, prendendo il coraggio a due mani (è proprio il caso di dirlo!), mi sono avvicinata a Francesco Ardizzino. Molti avranno sentito parlare di lui per infinite ragioni… io lo ricorderò come una persona dolcissima che si è sforzata di capire ogni mio imbranato tentativo di comunicare con lui, senza spazientirsi neppure per un secondo, anzi: mi diceva di non avere fretta, perché la Lis è una lingua che va studiata e appresa con calma. Adorabile :)

Mi sono presentata, ho detto il mio segno nome e che lavoro facevo… e già non sapevo cosa dire d’altro. Invece è stato poi lui a incalzare gli argomenti, a domandarmi, nella forma più basilare possibile, tutta una serie di curiosità, proprio come faresti incontrando una persona che ti colpisce in un locale. Sono stata così bene…

Riportando l’esperienza della serata ad un amico questa mattina mi ha detto: “Mi sa che è la tua strada”. Una frase secca, diretta, ma che ha racchiuso in un’unica espressione le mie mille parole.

E sapete una cosa? Lo penso anch’io :)

La risposta a un cruccio di questi giorni.
Questa volta non sono entrata in libreria per cercare una risposta, e non ho atteso neppure l’apertura delle porte della metro: ho solo sfogliato il giornale.

“Per qualcuno la sessualità è indispensabile, altri ne fanno a meno per lunghi periodi, altri ancora hanno scelto di restare casti. Anche il grande amore può essere più o meno erotico. Per alcuni l’erotismo è indispensabile, i loro corpi si cercano come se fossero affamati. Per altri l’amore è soprattutto intimità spirituale, convivenza quotidiana, cura reciproca. Ciascuno di noi si colloca all’interno di uno di questi schemi mentali e fisici e, se è quello adatto, si sente bene e completo. Credo sia opportuno ripetere queste cose perché oggi i sessuologi cercano di imporre un unico modello a tutti, e non si rendono conto di esercitare, in questo modo, una vera e propria violenza.”

Tratto dall’articolo “Amore e sesso, la difficoltà di far convivere due linguaggi” di Francesco Alberoni, pubblicato oggi sul Corriere.

Oggi ho firmato la disdetta del contratto d’affitto per una casa che adoro.

La cosa spettacolare di questa casa non era il fatto di essere in centro a Milano con una cifra modesta o la mansarda splendida stile baita e neppure il fatto che ci fosse il terrazzo.
La cosa che rendeva speciale questa casa siete stati voi due.
Sono maledettamente nostalgica, dannatamente malinconica e sproporzionalmente affezionata alle persone che colorano il mio quotidiano. Insomma, alle persone come voi.

Vi dedico questa canzone, perché quella sera sul terrazzo a sorseggiare vino in tuta parlando di chissà quali argomenti (no, non c’erano in ballo Dio, né la viralità in internet, né altri temi “caldi”!) penso sia stata la serata più bella di questo nostro coinquilinaggio.
Durante quella sera, trascorsa con il naso all’insù, per la prima volta ho apprezzato la stellata dipinta sopra i cieli di Milano.
Lì mi avete fatto capire che alle volte le cose più belle sono vicine a noi, solo che guardiamo dalla parte sbagliata.

Mi mancherete più di quanto possa scrivere.

Un professore, prima di iniziare la sua lezione di filosofia, pose alcuni oggetti davanti a sé, sulla cattedra. Senza dire nulla, quando la lezione iniziò, prese un grosso barattolo di maionese vuoto e lo riempì con delle palline da golf. Domandò quindi ai suoi studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero di si.

Allora, il professore rovesciò dentro il barattolo una scatola di sassolini, scuotendolo leggermente. I sassolini occuparono gli spazi fra le palline da golf. Domandò quindi, di nuovo, ai suoi studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero di si.

Il professore, rovesciò dentro il barattolo una scatola di sabbia. Naturalmente, la sabbia occupò tutti gli spazi liberi. Egli domandò ancura una volta agli studenti se il barattolo fosse pieno ed essi risposero con un si unanime.

Il professore tirò fuori da sotto la cattedra due bicchieri di vino rosso e li rovesciò interamente dentro il barattolo, riempiendo tutto lo spazio fra i granelli di sabbia. Gli studenti risero!

“Ora”, disse il professore quando la risata finì, “vorrei che voi cosideraste questo barattolo la vostra vita. Le palline da golf sono le cose importanti; la vostra famiglia, i vostri figli, la vostra salute, i vostri amici e le cose che preferite; cose che se rimanessero dopo che tutto il resto fosse perduto riempirebbero comunque la vostra esistenza.

“I sassolini sono le altre cose che contano, come il vostro lavoro, la vostra casa, l’automobile. La sabbia è tutto il resto, le piccole cose.”

“Se metteste nel barattolo per prima la sabbia”, continuò, “non resterebbe spazio per i sassolini e per le palline da golf. Lo stesso accade per la vita. Se usate tutto il vostro tempo e la vostra energia per le piccole cose, non vi potrete mai dedicare alle cose che per voi sono veramente importanti.

“Curatevi delle cose che sono fondamentali per la vostra felicità. Giocate con i vostri figli, tenete sotto controllo la vostra salute. Portate il vostro partner a cena fuori. Giocate altre 18 buche! Fatevi un altro giro sugli sci! C’è sempre tempo per sistemare la casa e per buttare l’immondizia. Dedicatevi prima di tutto alle palline da golf, le cose che contano sul serio. Definite le vostre priorità, tutto il resto è solo sabbia”.

Una studentessa alzò la mano e chiese che cosa rappresentasse il vino. Il professore sorrise. “Sono contento che tu l’abbia chiesto. Serve solo a dimostrare che per quanto possa sembrare piena la tua vita: c’è sempre spazio per un paio di bicchieri di vino con un amico”.

No, non è la nuova frontiera del web. E’ solo la seconda parte della mia dieta.
Eh sì, perché qui ho ricominciato da brava bimba… e mica in un giorno a caso.
Ho aspettato il lunedì.

Ma la situazione non è facile. Sono in ansia, spaventata, nervosa, a tratti anche nevrotica per una situazione che non ho potuto scegliere e che, al momento, mi impediscono pure di gestire.
Insomma, dalla serie: “Fregature? Prego, avanti, da questa parte!”

La voglia di salire al piano di sopra, entrare nella stanza relax e prendere un bel pacchettino di M&M’S sembra la soluzione più logica. Sì, quelli con la nocciola, così sgranocchiando metabolizzo e mi rilasso.
Sulla scrivania a portata di mano ho una mela malconcia della mensa: penso sia caduta svariate volte prima di arrivare a quell’astuccetto di plastica. Ma che soddisfazione c’è nel mangiare una mela (gialla tra l’altro, di quelle farinose… fosse almeno croccante, il suono del morso mi rilasserebbe come quello delle noccioline. Sì, insomma, più o meno)?

Ok via di mezzo: niente masticazione aggressiva. Meglio un buon tè, col bollitore appena pulito (l’aceto fa sempre il suo sporco lavoro con molta classe).

Sì, il tè calmerà il mio stomaco. Il profumo dell’early grey mi ridarà la mia serenità…

Finché non ritornerò sulla pagina delle mail.
E allora avrò ancora voglia di M&M’S.

Un grande incrocio.
Ecco l’immagine che ho in mente dall’inizio dell’anno: un crocevia che congiunge strade e allo stesso tempo attraversandole le separa.

Sono cambiate parecchie cose, le prospettive rivelatesi in queste ultime settimane sono attese, ma strane da accettare.
Ci sono cambiamenti, nuove amicizie, nuovi conti, alcuni addii, altri arrivederci. Pagine che si compongono senza inchiostro, perché non c’è tempo di prendere appunti.

Vorrei che fossero tutti percorsi calcolati, ragionati, ma mi rendo conto che purtroppo non sempre sarà così: alcune volte la vita ti lascia lo spazio di decidere, altre volte decide per te. E non ci puoi fare molto. Si deve reagire, col buon orientamento al problem solving che tanto va di moda nella nostra società…
Ma io credo: credo in quel Disegno che, attraverso fatica e difficoltà, porta verso la nostra realizzazione personale. Ne sono certa e vorrei tanto poter convincere con le sole mie parole anche voi.

E allora abbraccio stretta le persone che devo salutare, augurando ogni bene e molta più fortuna di quanto la parentesi milanese abbia concesso loro.
Stringo anche le persone conosciute in questo capodanno, in particolar modo Victor: non leggerai mai questo post, non lo capiresti nemmeno, ma le tue parole riecheggiano ancora nel mio cuore. Grazie.
E poi richiamo a me le amicizie trascurate, quelle rivelate e quelle che crescono in sordina. C’è posto per ognuno di voi.

Probabilmente altri grandi cambiamenti mi attendono durante questo 2010, l’anno 0 che tanto aspettavo: per poter essere finalmente, dopo i giusti tempi scontati, ancora me stessa.