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Non scrivo da molto, forse troppo tempo. Non per mancanza di opinioni o di argomenti… Solo avevo perso il senso.
A che pro dare voce a questo inchiostro? A che pro metterci anima e corpo se intanto non cambia nulla?
Questo blog iniziava ad avere tutto l’aspetto di un diario adolescenziale. Eppure ne sono passate di lune da quei tempi… Ma evidentemente meglio di così non so fare. Non so ritagliare altro spazio nella vita a cui destinare questi pensieri. Ho provato a confidarli, anche solo a me stessa: ma era troppo poco.
E così mi ritrovo ancora questa penna in mano insieme al solito foglio riciclato. Sono fatta così, tant’è.
Molte cose sono cambiate.
Altre stanno cambiando.
Altre ancora, semplicemente, sono destinate a rimanere le stesse.
E con questa stessa consapevolezza affronto la mia piccola quotidianità: gioisco per la felicità degli altri, mi dispiaccio per le ansie ingestibili e aspetto. Aspetto il grande cambiamento. Ma non in modo passivo, tutt’altro: mi sto proprio preparando al cambiamento.
Perché ho lasciato alla Vita la capacità di sorprendermi, di riformulare tutto in poco tempo: e ci vuole un bel coraggio a concedersi questa libertà.
Come ho detto all’inizio dell’anno, questo è stato proprio l’anno 0.
Infatti in questo 2010 ho ripreso esattamente da dove avevo lasciato, incurante dei “consigli” se andavano in senso opposto alla decisione presa; ma è stato anche l’anno in cui sono scesa a compromessi per sopravvivere, tenendo però sempre ben in mente la vetta. Ma soprattutto è nel 2010 che il Signore ha voluto farci conoscere…
E per tutto questo Ringrazio profondamente ogni singolo giorno.
Purtroppo però in questi giorni lo spirito fa i capricci e guarda alla vita proprio in questo modo:
Sono nel momento del deserto: e non si può passare oltre. Almeno non subito.
Devo aspettare, faticare, capire. Poi tutto sarà migliore.
E così auguro un’ottima fine a tutti.
E un miglior inizio <3
E un altro sassolino è stato posto dentro al mio zaino.
Quello zaino che porto sulle spalle da quando ho finito la scuola.
No perché prima avevo la bellissima e coloratissima cartella, quella propria dei miei studi, che mi accompagnava come il guscio di una lumaca: dentro ci portavo tutto, perché avevo bisogno, ovunque, di sentirmi a casa.
Dal febbraio del 2007 invece ho sulle spalle questo zaino.
L’entusiasmo era lo stesso della mia prima cartella di Candy Candy: un nuovo viaggio, una nuova esperienza, un nuovo bagaglio.
Solo che non avevo calcolato che presto diventasse solo accumolo di sassi che giorno dopo giorno mi mettono dentro. Una vera e propria zavorra che mi impedisce di correre, di affrontare questo nuovo percorso con un bel passo deciso e fermo.
Cado ormai ad ogni sasso, ch’esso sia piccolo o grande, non importa più: si accumula a quello che già c’è e il peso diventa sempre più insopportabile.
Oggi un’altra cazzata, niente di serio. Qualcosa che se non fossi con i soldi contati non noterei nemmeno (50€ in più o in meno che differenza fa. Si dice così, no?), e invece anche questa piccola storia mi pesa.
Ultimamenti i sassolini sono sempre più burocratici e meno lavorativi. E questo li rende ancora peggiori.
Se ci fosse un’alternativa me ne andrei.
Se ci fosse un’alternativa smetterei di dannarmi
quest’anima già abbastanza tormentata.
Se ci fosse un’alternativa, a breve termine, la coglierei.
Ma purtroppo devo aspettare ancora fino ad agosto.
Poi tutto sarà diverso.
Almeno me lo auguro con tutto il cuore.
Ho molte, troppe cose da fare: cose che mi potrebbero distrarre, cose per cui lottare, cose per le quali trovare la forza di reagire.
Ma in giornate come quella di oggi tutto è così difficile…
Il male è lì, fisso, ancorato alle ossa e ormai da giorni non vuole attenuarsi.
Hai presente quella sensazione di quando vorresti fuggire da quello che sei? Quando sai perfettamente che l’accettazione della croce è il primo passo verso la libertà, ma che i chiodi ti fanno talmente male da non sopportare più questo dolore?
Ecco, oggi va così. So molte cose, ma non riesco a metterle in pratica.
Perché il pensiero in giornate come quella di oggi è fisso su quello che potrebbe succedere, su come il tutto potrebbe peggiorare, su come la diagnosi potrebbe riprendersi il suo posto.
La verità in giornate come quella di oggi è che ho paura.
Non dovrei stare così.
Ci si aspetta ch’io sia felice, serena, senza preoccupazioni… Ma tutto questo è lontanissimo da me.
Le aspettative si scontrano con un reale che non gli appartiene, i sogni bussano e fanno leva sulle incertezze, sui passati recenti, sugli occhi dimenticati e quelli che vorresti incrociare ancora.
Non c’è presunzione di coerenza in questi giorni.
Non l’aspetto dagli altri, perché dovrei pretenderla per me stessa?
E così lascio scorrere i giorni, le uscite, le dormite e gli affanni.
Però lo so, lo sento: l’insoddisfazione sta per esplodere e mistificare tutto.
Shhh… stai zitta, ancora per un po’.
Solo un altro po’.
Vorrei impare dal vento a respirare,
dalla pioggia a cadere,
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare.
Il respiro si è fatto di nuovo corto.
Un piccolo senso di smarrimento mi pervade, cerco di respirare lenta non accorgendomi di iperventilare… Melly calma. Respira. Respira.
Ciò che senti non è dolore, ciò che provi non è delusione. E’ solo paura.
Ora non posso più voltarmi indietro, non si può andare avanti volgendo lo sguardo oltre le proprie spalle: si inciampa. Continuo a ripetere che non la so gestire, alimentando quell’ansia così avida che non vede l’ora di banchettare con le mie paure più succulente… Non dovrei lasciarle troppo spazio.
Dovrei semplicemente essere più sicura di me.
Se le cose non dovessero andare te ne accorgerai anche senza che questo animale ti distrugga lo stomaco.
Se le cose dovessero andare rimpiangerai di non aver goduto di ogni attimo di complicità.
Calma Melly. Respira. Respira.
Respira.
Mi hanno detto di tenere un “basso profilo”, di non chiedere, di non avere aspettative, di portar pazienza… Ma io non ce la faccio più.
Sabato sera ho visto dei miei ex colleghi: ero la battuta della serata. “(…) Pure lì ti trattano così, al di sotto del minimo sindacale?” e giù di sane risate di sfottimento.
La triste verità è questa: non mi so imporre, non riesco a difendere nemmeno i miei diritti. Odio chiedere perché penso che la meritocrazia prima o poi mi renderà tutto, e con gli interessi. Che illusa.
Non mi importa di guadagnare chissà quali cifre, non è certamente lo stipendio che fa di te ciò che sei e nemmeno ti indica il tuo valore: però così è una presa in giro alla quale partecipo di buon grado.
Come sabato sera, rido di me stessa e di questa mia incapacità.
Ma in realtà rido di buon cuore… Perché alla fine non m’importa davvero così tanto. Mi pongo il problema solo quando sollevato dagli altri: per il resto del tempo so che c’è qualcosa di molto più importante a cui pensare che il mero denaro.
E così ascolto Bocelli e la sua perfetta interpretazione di Adeste Fideles: tutto si placa, visualizzo il mio stupendo capodanno, la mia scelta, il mio essere… e sto bene con me stessa.
Con calma tutto si aggiusta. Faccio bene a crederci
In questi giorni me lo chiedo spesso: cosa sto inseguendo?
Forse leggendo il blog delicato di Veronica ho capito che non stavo dando veramente ragione alla mia propensione. Arrugginisco di giorno in giorno, spendendo miliardi di caratteri per non dire nulla, senza mettere insieme la storia che vorrei… Insomma l’inutilità di ogni mia asserzione.
Un incipit di romanzo dimenticato nella scrivania di questo vecchio mac, come posso permetterlo?
So che per dedicarsi alla scrittura, innanzitutto dovrei padroneggiarla meglio di quanto sappia fare; inoltre forse dovrei dedicarle il tempo che si merita e non dei ritagli di giornate. Ma soprattutto dovrei crederci.
La pubblicità è una forma strana di rappresentare questa mia necessità.
Mi nascondo dietro l’essere copy rispetto alla rivendicazione che la mia penna esige per me: dovrei liberare i suoi sfoghi in modo ordinato come solo l’arte sa fare. Dovrei lasciare questo mondo di finto marketing e prove colore per dedicarmi completamente alle soddisfazioni della scrittura.
Ma la verità è che non ce la faccio. Non ne ho il coraggio.
Due anni fa, durante quel famoso corso di scrittura creativa, non erano le head né tanto meno i pubbliradazionali a darmi soddisfazione: erano i testi liberi, quelli a cui bastavano 10 parole per prendere vita.
Lì avrei dovuto capirlo.
Che a me non serve essere su adsoftheworld, né tanto meno in una shortlist di un qualche blasonato concorso pubblicitario: io vorrei solo vedere una mia copertina su qualche banale comodino. Mi basterebbe.
Perché non è la fama che bramo: è il senso di libertà che solo la scrittura mi sa dare.
Sabato sera sono stata al museo. Forse non era una meta molto ambita per diversi miei coetanei, ma non avrei voluto essere da nessun’altra parte (eccezion fatta per lo spettacolo di ale.. prima o poi vengo, promesso!).
E’ stato suggestivo e fiabesco. Era concreto, reale… un vero viaggio nel tempo. Un tempo piccolo, di soli 15 anni.
La prima volta che andai a quel museo ero con i miei genitori e la mia migliore amica: un’esperienza strana per due semplici bambine delle elementari, in una distratta domenica pomeriggio…
Ed ora eccomi ancora negli stessi padiglioni, a correre tra un vagone e l’altro dei treni, a fare le foto di fianco al Toti, a meravigliarmi del processo di creazione di un microchip. Ma soprattutto a sorridere e giocare con la mia famiglia.
Con un tocco di malinconia so che queste serate non saranno eterne. Vorrei viverle in modo più spensierato, ma meglio di così non so fare.
Mi diverto, le vivo, le sento… creo ricordi.
Perché questo è il mio modo di affrontare le belle serate.
Le lacrime di questi giorni sono insoddisfazione, ricerca di felicità, benessere che fugge.
Rincorrere qualcosa che scappa è la mia specialità, l’insofferenza del non possesso mi sprona a migliorare, ad essere quella che vorrei essere.
Crescere è un viaggio lungo, articolato, complicato e il più delle volte è un susseguirsi di dolori, anche se solo gratuiti.
Oggi non mi rileggo, non cerco di mettere in “bella copia” i sentimenti confusi, li lascio uscire così come vengono, cercando di dar loro il giusto sfogo… E allora uscite.
Ma la triste verità è che non avrei bisogno di piangere se alla vita avessi imparato a rispondere. E ora è arrivato il mio momento: it’s time to be a big girl, Melly…


