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Che cosa significa “prossimo”?
Nel Nuovo Testamento“prossimo” è un termine greco che etimologicamente sarebbe meglio tradurre con “straniero”. Il prossimo, colui che incontro, in termini giudaico-cristiani è lo “straniero”.
Al contrario, nel linguaggio classico, il prossimo è il “filos”, ossia il mio uguale, il vicino per cultura, etnia, religione. È interessante osservare come il termine “uguaglianza” dica l’opposto del termine “prossimità”. Nel mondo greco-romano l’amicizia è concepibile soltanto come relazione intima tra “uguali”, tra gente che condivide culture, filosofie, un’uguaglianza di tipo etnico… Esattamente contrario è il concetto di “prossimo” nel Vangelo: prossimo è colui che rimane distante, che non sarà mai uguale a me. Si tratta di una relazione che salva, preserva la distanza e che non produce mai uguaglianza.
Non aspettare di finire l’università,
di innamorarti,
di trovare lavoro,
di sposarti,
di avere figli,
…di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera,
l’estate,
l’autunno o l’inverno.
Non c’è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito
e balla, come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l’importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza.
Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida.
Finché sei vivo, sentiti vivo.
Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.
(Madre Teresa di Calcutta)
Buon 2011 a tutti.
«Ogni giorno vi sono persone di ogni categoria sociale che protestano e non ne possono più di essere presi in giro da lei e dal suo governo. Fuori di qui addirittura i poliziotti hanno protestato, perchè stanchi di pagarsi la benzina per correre appresso ai delinquenti.
Fuori di qui ci sono migliaia di studenti e docenti, che non sono delinquenti per il solo fatto che protestano, ma sono giovani disperati a cui avete tolto pure il futuro.
Fuori di qui ci sono i lavoratori senza contratto, ricattati dai tanti Marchionni strozzini di turno. Fuori di qui ci sono i precari senza futuro di ogni categoria, fuori di qui non c’è quel paese delle meraviglie che descrivete, ci sono i giovani e i meno giovani che hanno perso il lavoro o non l’hanno mai avuto.
Fuori di qui ci sono i cittadini dell’Aquila, terremotati due volte prima dal destino poi dalle sue frottole. Fuori di qui ci sono tante persone bisognose a cui avete tolto la solidarietà e ogni speranza.
Voi avete ridotto l’Italia a un paese delle banane.
Fuori di qui, prima se ne va meglio è».
Antonio Di Pietro
La tentazione è quella di parlarvi della mia infanzia, di cosa significasse per noi “popolo della bassa” questa magnifica festa.
Oggi invece preferisco parlare di questo giorno così.
13 dicembre, Santa Lucia. Il giorno più corto dell’anno (ma non è vero, è solo il giorno in cui il sole tramonta prima), fa buio presto, si accendono i lampioni e le luminarie natalizie, appese ormai ovunque, quasi a voler trasmettere un’allegria e una sensazione di normalità, di festa, e di regali che da troppo tempo ci sfugge, sepolta sotto le preoccupazioni di conti correnti risicati e in bilico fra il nero e il rosso. Parlo sempre di colori, di luce, di volti, di espressioni. E so che spesso mi leggono persone che non vedono. Che hanno visto per qualche anno, e poi basta. Oppure che non hanno mai visto nulla. Solo il buio. E le immagini della mente. Non ho mai riflettuto abbastanza sulla cecità, pur avendo incontrato, in tutti questi anni di impegno per i diritti delle persone con disabilità, molte persone cieche.
Mi permetto di fare qualche riflessione oggi. Del tutto soggettiva e parziale. Ma penso di averne diritto, di non dovermi censurare solo perché “non mi riguarda”. Altrimenti questa impossibilità di parlarne sarebbe del tutto corrispondente alla classica frase che molti amici a rotelle pronunciano, o pensano: “Cosa volete capire voi, che non siete nella mia condizione?”. Forse qualcosa possiamo capire.
Ad esempio penso che oggi i non vedenti stanno subendo i danni più subdoli e feroci della nostra civiltà dell’immagine e dell’estetica. Tutto sta diventando “video”. Dal cellulare touch screen, allo smart phone, dal televisore “full hd” al web di youtube, dai maxischermi agli angoli delle piazze ai totem dei centri commerciali, dai bancomat che si usano solo toccando lo schermo ai bagni elettronici dei treni, dagli ipad agli elettrodomestici con i comandi “a sfioro”. Una congiura elettronica, un contrappasso feroce di una società che non si ferma mai a pensare “per tutti”, ma ritiene che tutti siano “diversamente normali”. I ciechi fanno le spese di questo tripudio tecnologico.
E poco importa sapere che sono stati capaci, i non vedenti, di lavorare anno dopo anno a smontare le barriere della comunicazione che di volta in volta il genio di turno gli parava dinnanzi.
Ora tutti usano lo “screen reader”, hanno familiarità con il computer e con il telefono cellulare, con i registratori digitali, con la webradio. Ma ho la sensazione – posso sbagliarmi – che siano stati costretti a costruirsi un modo virtuale quasi parallelo rispetto a quello di tutti gli altri. Una minoranza combattiva e tenace, provvista di autoironia e di grinta, ma sinceramente ammirevole per questa battaglia quotidiana rimasta culturalmente di nicchia. Perché anche per i ciechi vale la regola che solo i belli vanno in televisione, solo gli eroi o i superdotati bucano l’anonimato. Bocelli ce l’ha fatta. Ma sono tanti i ciechi che cantano benissimo, forse qualcuno meglio di lui.
Ci fermiamo “ad ammirare” i ciechi, non a parlare con loro da pari a pari. Rarissimo che questo succeda. Anche nello sport restiamo stupefatti delle imprese degli sciatori, o degli atleti che corrono in pista. Cinque minuti di commozione, poi basta. Ci aspettiamo sempre che dicano parole eccezionali, che turbino per un attimo il nostro benessere di “normalmente vedenti”. Abbiamo preso per un gioco di società anche l’ultimo, intelligente tentativo di farci capire che cosa significa vivere senza luce. “Dialogo nel buio”, le “cene al buio”, ora perfino gli “aperitivi al buio”. Occasioni per tuffarsi qualche ora in una dimensione pazzesca, sapendo però che ne usciamo presto, e possiamo perfino divertirci a descrivere che cosa abbiamo provato, le nostre paure, il panico, il disorientamento. Tanto poi passa, si torna alla luce. Ma i nostri “amici” ciechi no. Secondo me si divertono assai in questo gioco perfido. Sono loro a studiare le nostre reazioni, a confrontarle con le loro sicurezze. Credo che queste esperienze li aiutino ad accrescere autostima, anche se non sono sicuro che sperino in un cambiamento culturale e sociale davvero importante.
Ho notato, nei convegni, che quando prende la parola un cieco tutti si azzittiscono improvvisamente. Lo si ascolta come se fosse Tiresia, come se dalle sue parole si potesse trarre qualche grande profezia morale sul nostro futuro di umani. Proviamo rispetto, certo. Ma forse anche un profondo senso di colpa. E soggezione, ammirazione, sia pure con il dovuto distacco. Il fatto è che siamo consapevoli che esiste una generazione di ciechi attivi e responsabili, inseriti nel lavoro e nella società, capaci di muoversi autonomamente nonostante le nostre città siano impossibili quasi per tutti. Lo sappiamo, ma non vogliamo davvero sapere come fanno. E se hanno bisogno di qualche nostro consiglio, o aiuto, o intervento pratico.
Abbiamo paura del buio, fin da piccoli. Lo sappiamo bene, ma non vogliamo pensarci. Oggi più che mai questa paura si associa ad altre insicurezze. Il paradosso è che questa società della comunicazione globale e interattiva si sta rivelando spesso un bluff, un’illusione ottica. Trionfano le immagini, non il pensiero. E ciò che più mi affascina degli amici ciechi, in realtà, è quella loro capacità di pensare e di memorizzare, di catalogare nel buio della mente i ricordi, gli odori, le sensazioni, i sentimenti, le idee.
Il buio può essere un grande amico della consapevolezza. Ma per me è una scelta. Per chi non vede è la realtà senza alternative.
Buona festa, amici. Con gratitudine.
Franco Bomprezzi
(Giornalista e scrittore, classe 1952. Vive e lavora in sedia a rotelle. Attualmente “free lance” per scelta, si dedica alla comunicazione sociale e all’informazione sulla disabilità. Nominato Cavaliere dal presidente Napolitano, il 3 dicembre 2007. Da allora ha tagliato anche i baffi.)
L’autentico Amore divora chi ama, ma rispetta chi è amato.
Siamo 1 perché l’amore ci unisce,
2 perché l’amore ci rispetta,
3 perché l’amore ci supera.
Padre Francesco
La storia di Giovani Disposti a Tutto è la storia della nostra generazione e della sua precarietà.
Quella di annunci di lavoro così incredibili da stare esattamente sul confine tra il tragico e il ridicolo, per i quali nessuno ha mai davvero pubblicamente riso, né si è mai davvero disperato.
Le centinaia di commenti e reazioni arrivate nel sito hanno raccontato una storia di prospettive mancate, speranze deluse, promesse tradite. Tutte vissute in solitudine.
Sei solo davanti ad un annuncio di lavoro degradante.
Sei solo quando ricevi la solita risposta al tuo curriculum.
Sei solo quando ti vogliono convincere che stai facendo uno stage altamente formativo.
Sei solo davanti al datore di lavoro quando firmi l’ennesimo contratto truffa.
Sei solo quando ti comunicano che sei stato bravo ma purtroppo non servi più e il tuo contratto non sarà rinnovato. Sei solo quando l’INPS ti spiega che non avrai alcuna indennità di disoccupazione.
Sei solo quando paghi un affitto in nero per una casa indecente.
Ma siamo in tanti a subire tutto questo. Ogni giorno.
Siamo in tanti a passare dallo stesso annuncio, dallo stesso stage, dalle stesso contratto truffa, dallo stesso datore di lavoro, dallo stesso ufficio INPS, dalla stessa casa indecente.
E se per un giorno, per una settimana, per un mese provassimo ad essere Giovani NON+ disposti a tutto? Se lo fossimo tutti insieme e nello stesso momento? Se provassimo a raccontare la storia della nostra generazione attraverso gli annunci di lavoro degradanti ma anche attraverso tutti i nostri desideri traditi? Se raccontassimo un Paese diverso all’altezza delle nostre competenze, delle nostre energie, della nostra creatività, nel nostro coraggio?
Chi fa parte della nostra generazione individualistica ed atomizzata e’ sempre stato disposto a tutto. A troppo. Adesso siamo giovani NON + disposti a tutto.
Perché ormai abbiamo capito che da soli non potremo cambiare la nostre vite.
Un uomo d’affari, stressato e logorato dai troppi impegni, si presentò ad un maestro di vita spirituale a chiedere un consiglio.
Gli disse il maestro: “Quando un pesce finisce al secco comincia a morire. Anche tu cominci a morire quando ti lasci prendere dalle cose del mondo. Il pesce può salvarsi se torna subito nell’acqua. Tu devi tornare subito nella solitudine”.
L’uomo d’affari si spaventò.
“Devo lasciare tutti i miei affari e rifugiarmi in un convento?”.
“No, no. Conserva i tuoi affari e rifugiati nel tuo cuore”.
Nel vocabolario della spiritualità c’è una bellissima parola: “raccoglimento”. Esprime il momento in cui ci si ferma per “raccogliere” i pezzi di noi che la giornata ha disperso.
da “Il Segreto dei Pesci Rossi” di Bruno Ferrero
Love is not a place
to come and go as we please
It’s a house we enter in
then commit to never leave
So lock the door behind you
Throw away the key
Work it out together
Let it bring us to our knees
Love is a shelter in a raging storm
Love is peace in the middle of a war
And if we try to leave, may God send angels to guard the door
No, Love is not a fight
but its something worth fighting for.
To some love is a word
that they can fall into.
But when they’re falling out
keeping that word is hard to do
Love is a shelter in a raging storm
Love is peace in the middle of a war
And if we try to leave, may God send angels to guard the door
No, Love is not a fight
but its something worth fighting for.
Love will come to save us
If we’ll only call
He will ask nothing from us
but demand we give our all
Love is a shelter in a raging storm
Love is peace in the middle of a war
And if we try to leave, may God send angels to guard the door
No, Love is not a fight
but its something worth fighting for.
Cause I Will Fight For You
Would You Fight For Me?
It’s Worth Fighting For.
Concediti la serenità di sopportare le cose che non posso cambiare.
Concediti il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare.
E la saggezza per coglierne la differenza.

